Grazie alla Campagna Internazionale per abolire le armi nucleari, che ha ricevuto il premio Nobel per la Pace nel 2017 e il Movimento Internazionale di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa, il 22 gennaio 2021 è entrato in vigore, avendo raggiunto le 50 ratifiche, il Trattato Onu per la Proibizione delle Armi Nucleari, già elaborato nel 2017. Dopo oltre 70 anni dal loro primo utilizzo gli armamenti nucleari diventano illegali secondo una norma internazionale.

Al momento il Trattato è stato firmato da 86 nazioni e ratificato da 51 Stati: nella UE hanno aderito solo Austria, Irlanda, Vaticano, Malta e San Marino.

I Paesi nucleari refrattari sono una decina: Stati Uniti, Russia, Cina, Francia, Gran Bretagna, Pakistan, India, Israele e Corea del Nord. Anche l’Italia, che pur dispone di almeno 70 ordigni nucleari (basi di Ghedi, BS e Aviano, PN), ha deciso di non firmare il Trattato. Per spronare il nostro Paese a rivedere la sua posizione è stato lanciata la campagna “Italia, ripensaci”, promossa dalla Rete Italiana Pace e Disarmo e Senzatomica. Ma non è servito a nulla. Eppure secondo un sondaggio condotto nel 2020 da YouGov, l’87% degli italiani sarebbe favorevole all’adesione al Trattato. A quanto parte la NATO pesa sulla nostra testa come un macigno: non a caso decine di bombe atomiche B61 stanno per essere sostituite dalle più micidiali B61-12. Inoltre vi è la possibilità che vengano installati sul nostro territorio i missili nucleari a raggio intermedio (analoghi agli euromissili degli anni ’80), che gli USA stanno costruendo dopo aver stracciato il Trattato INF che li proibiva.

Il nostro Paese ha già violato il Trattato di non-proliferazione delle armi nucleari, ratificato nel 1975, che stabiliva: “Ciascuno degli Stati militarmente non nucleari, parte del Trattato, si impegna a non ricevere da chicchessia armi nucleari, né il controllo su tali armi, direttamente o indirettamente”.

Questo Trattato ONU fa entrare in vigore quello del 2017, già boicottato dai 30 Paesi della NATO e dai 27 della UE, il quale include una serie di divieti relativi alla partecipazione a qualsiasi attività che preveda le armi nucleari. Vieta ai Paesi aderenti di “sviluppare, testare, produrre, acquisire, possedere, accumulare, utilizzare o minacciare di utilizzare le armi nucleari”. Inoltre il Trattato proibisce la fornitura di assistenza a qualsiasi Stato nello svolgimento di attività vietate. Infine obbliga gli Stati firmatari a fornire un’assistenza adeguata alle persone colpite dall’uso o dalla sperimentazione di armamenti nucleari. Nel 2017 vi aderirono, in via di principio, 122 Stati. Gli USA e le altre due potenze nucleari della NATO (Francia e Gran Bretagna), gli altri Paesi dell’Alleanza atlantica e i suoi principali partner – Israele, Giappone, Australia e Ucraina – votarono contro.

Questa decisione dell’ONU è stata possibile grazie all’impegno dei Paesi in via di sviluppo, tra cui soprattutto quelli che hanno subìto nel passato i test nucleari sul proprio territorio, come le Isole Fiji, le Isole Marshall, Nauru, ma anche Kazakistan, Algeria ecc.

Si è insomma capito che la dottrina della deterrenza, secondo cui non è possibile compiere una guerra nucleare per timore di una ritorsione nucleare del nemico, è inutile, anzi fuorviante, poiché non è in grado di assicurare che chi dispone di tali armi non sia mai disposto a utilizzarle. Tant’è che quasi tutti i Paesi che ne dispongono contano sul fatto di poterle utilizzare per primi, mettendo in ginocchio la capacità difensiva del nemico.

Solo la Cina ha ribadito più volte (come aveva fatto, a suo tempo, l’URSS) che non l’avrebbe mai usata per prima. Oggi l’India a volte è sulle posizioni della Cina, altre volte invece, temendo il rivale Pakistan, che è favorevole al primo colpo, ha detto che solo nei confronti dei Paesi denuclearizzati non ricorrerà al primo colpo. Nella Corea del Nord Kim Jong-un ha detto che non la userà se non per difendersi da un’invasione.

Pakistan, Russia, Regno Unito, Stati Uniti e Francia affermano, in maniera puramente teorica, che useranno armi nucleari contro potenze nucleari o non nucleari solo in caso d’invasione o altro attacco contro il proprio territorio o contro uno dei loro alleati. Ma al 16° vertice NATO nell’aprile 1999 la proposta della Germania di adottare una politica “No first use” fu respinta. Lo stesso Regno Unito si rifiuta di dire se ha una politica di “primo colpo nucleare” o di mera ritorsione, poiché non vuol far sapere ai suoi avversari come ha intenzione di usare quest’arma. Gli Stati Uniti si rifiutano di adottare una politica di non primo colpo, anche se sostengono che una decisione militare del genere deve sottostare a una decisione politica. Israele non conferma ma neppure nega ufficialmente di avere armi nucleari, per cui si riserva di agire come vuole. La Francia rifiuta l’attacco nucleare preventivo.

Sia come sia il Paese che la possiede può sempre assumere impunemente un atteggiamento minaccioso nei confronti di chi non la possiede. Non si accetta l’idea che vi è più sicurezza nel disarmo di tutti che non nell’avere armi più potenti del nemico.

Wikipedia afferma che da una punta massima di 65.000 testate nucleari attive nel 1985, si è passati a circa 17.300 alla fine del 2012, di cui 4.300 operative e il resto in riserva. La distinzione tra testate “operative” e “in riserva” è molto esile, visto che le seconde possono essere portate a livelli operativi nel giro di pochi giorni o settimane.

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