Fin dalla campagna elettorale del referendum sulla Brexit, l’ala più radicale del Partito conservatore aveva promosso l’idea, alquanto velleitaria, che il Regno Unito rivolgesse il proprio interesse commerciale e diplomatico al di fuori dell’Europa, per rafforzare i legami coi Paesi che appartengono al Commonwealth (quello che rimane dell’impero britannico), fra cui soprattutto India, Australia, Singapore, Nuova Zelanda, nella convinzione di poter diventare nel sudest asiatico un Paese economicamente forte come Singapore e la Malesia.

Ora il governo del megalomane Boris Johnson ha presentato un articolato documento di 114 pagine, intitolato “Global Britain in a competitive age”, che delinea la strategia dei prossimi anni sulla politica estera, la difesa, la sicurezza e le relazioni commerciali del Regno Unito.

Tra le varie idee bislacche vi è l’impegno ad aumentare di 28 miliardi di sterline le spese militari nei prossimi quattro anni, il lancio di un satellite interamente britannico entro il 2022, e soprattutto il superamento del limite massimo di testate nucleari che il Paese potrà conservare, che aumenterà per la prima volta in 30 anni da 180 a 260. Tutto il contrario di quello che ha intenzione di fare la UE, che sta cominciando a capire che il nucleare è pericoloso anzitutto per se stessi.

Il piano contiene anche la promessa di dispiegare una delle due portaerei della classe Queen Elizabeth, le ultime costruite dalla marina britannica, nei mari dell’Asia, cosa che sicuramente non sarà gradita dalla Cina, che considera quella regione parte integrante della sua area d’influenza, e le forze britanniche, a livello di proiezione di potenza, non potrebbero certo competere con quelle cinesi.

Gli Stati Uniti rimarranno i principali alleati del Regno Unito, con cui condividere l’opposizione ai modelli economici e sociali di Cina e Russia. Al momento però Biden vuole riprendere i rapporti commerciali con la UE, rinunciando a qualunque dazio protettivo. Inoltre era contrario all’uscita del Regno Unito dalla UE.

Quel che c’è di sicuro, al momento (stando ai dati del loro Ufficio di statistica), è che dal gennaio 2021 l’export del Regno Unito nei Paesi della UE è diminuito del 41%, mentre l’import è calato del 29% rispetto al mese precedente (a prescindere da oro e metalli preziosi). La Brexit sta mandando a picco l’economia inglese, proprio perché non esiste al mondo un altro mercato così ricco e vicino geograficamente alla loro isola (con gli USA scambiano soltanto il 20% delle loro merci, meno della metà di quelle con la UE). Allevatori, pescatori, agricoltori, grossisti abituati a vendere alimenti di origine animale e vegetale sono tutti in grave difficoltà. Per non parlare di quelle aziende costrette a creare delle filiali nella UE per evitare gli inghippi burocratici, facendo però perdere molti posti di lavoro in patria ai britannici.

Insomma se anche il Regno Unito riuscisse a concludere un favorevole accordo commerciale con tutti i Paesi del Commonwealth, ciò potrebbe non essere sufficiente a coprire le perdite causate dalla Brexit: infatti il PIL complessivo del Commonwealth è di circa 8.800 miliardi di euro, poco più della metà del PIL della UE. Per non parlare delle enormi distanze geografiche, che limiterebbero di molto la portata degli scambi, nonché del fatto che non tutti i Paesi del Commonwealth sono disposti a considerare gli inglesi un partner privilegiato.

Johnson farebbe meglio a evitare la frantumazione del suo Paese, dove in Scozia il governo regionale preme per tenere un nuovo referendum sull’indipendenza, mentre gli accordi sulla Brexit hanno fatto riavvicinare repentinamente l’Irlanda di Belfast a quella di Dublino.

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