“Tutte le religioni sono prigioni per le donne”, sosteneva con coraggio e lucidità la scrittrice e intellettuale femminista egiziana Nawal al-Sa’dawi, morta nel 2021 all’età di 90 anni. Suo padre era stato un funzionario governativo del ministero dell’Educazione Nazionale, che aveva preso parte alle lotte contro i britannici nel corso della rivoluzione del 1919.

Scrisse numerosi libri sulla condizione della donna nell’islam, dedicando particolare attenzione alla pratica della mutilazione genitale femminile, ancora presente in alcune parti della società egiziana e che lei stessa aveva subìto in giovane età.

Si laureò in medicina all’Università statale del Cairo nel 1955 e si specializzò in psichiatria. Mentre operava come medico nel suo villaggio natale di Kafr Tahla, denunciò le brutali ineguaglianze sociali cui erano sottoposte le donne in quell’ambiente rurale, e per questo fu richiamata al Cairo.

Divorziò da due mariti che volevano imporle di abbandonare la sua carriera di medico e di scrittrice, poiché consideravano queste attività imbarazzanti e ostacolanti per le proprie carriere rispettivamente di medico e di avvocato.

Divenne Direttrice della Sanità Pubblica e qui incontrò il suo terzo marito, Sherif Hetata, che ricopriva un incarico presso il ministero della Sanità. Hetata era stato prigioniero politico per 13 anni.

La Sa’dawi fu allontanata dal suo incarico presso il ministero della Sanità a causa della sua attività politica. Perse anche il posto di redattore-capo di un giornale sanitario e di Segretario Generale aggiunto dell’Associazione Medica in Egitto. Questo perché era stato ristampato il suo primo libro, Women and Sex, dopo essere stato bandito in Egitto per quasi due decenni.

Poi però dal 1973 al 1976 lavorò come ricercatrice nel campo delle nevrosi nella Facoltà di Medicina dell’Università statale di ‘Ayn Shams, al Cairo. Nel 1979-80 fu consigliera delle Nazioni Unite per il Women’s Programme in Africa e Medio Oriente.

I suoi libri (una cinquantina) sono sempre stati sottoposti a censura: autorità religiose, capi-villaggio e autorità statali l’accusavano di non rispettare i valori tradizionali e d’incitare le donne a ribellarsi contro la Legge e la religione. La sua autobiografia la scrisse in prigione sulla carta igienica con una matita per gli occhi ch’era stata introdotta di nascosto nella sua cella.

Fu incarcerata nel 1981 per crimini contro lo Stato, insieme a circa 1.500 attivisti, che protestavano contro il “Trattato di pace di Gerusalemme” firmato dal Presidente Anwar al-Sadat. Fu rilasciata alla fine dell’anno, un mese dopo l’assassinio di Sadat. Di quella sua esperienza ha scritto: “Il pericolo ha fatto parte della mia vita fin da quando ho impugnato una penna e ho scritto: ‘Niente è più pericoloso della verità in un mondo che mente’”.

Fonda The Arab Women’s Solidarity Association, la prima organizzazione legale indipendente femminista. Ciò le provoca nuove persecuzioni e minacce da parte di gruppi fondamentalisti islamici e la condanna a morte per eresia. Il suo nome era stato incluso in una lista di morte pubblicata in Arabia Saudita.

L’Associazione, dichiarata fuori legge, venne chiusa. Di nuovo Sa’dawi visse l’esperienza del carcere, fin quando, nel 1992, è costretta all’esilio. Si trasferì, insieme al terzo marito, medico e scrittore che curava la traduzione in inglese dall’arabo dei suoi libri, nel North Carolina, presso la Duke University (Asian and African Languages Department).

Nel 1996 tornò in Egitto, ma nel 2002 un avvocato integralista egiziano richiese il divorzio coatto tra lei e il marito, i quali però vinsero la causa grazie a una mobilitazione internazionale.

Continuò nella sua azione attivistica e prese in considerazione la possibilità di presentarsi candidata alle elezioni presidenziali del 2005 contro Mubarak, ma poi decise di boicottarle quando vide che i suoi seguaci erano stati minacciati di morte.

Nel 2007 fu denunciata due volte per apostasia, una volta con la figlia economista Mona Helmy, e la seconda volta per apostasia ed eresia a causa del suo spettacolo teatrale “God Resigns at the Summit Meeting”. Entrambe le cause sono state vinte dalla scrittrice egiziana.

Nel 2008 in Egitto sono state promulgate alcune leggi per le quali lei aveva lungamente combattuto: le donne egiziane hanno conquistato il diritto di registrare i figli nati fuori dal matrimonio con il proprio cognome; l’età minima per il matrimonio è stata alzata a 18 anni; la circoncisione femminile, la clitoridectomia e l’infibulazione sono ora un reato perseguibile e punibile con il carcere o una pena pecuniaria.

Nel 2010 divorziò anche da Hetata, che aveva una relazione con un’altra donna.

L’ultimo suo scontro con le autorità laiche e religiose avvenne nel 2011, all’età di 79 anni, quando si unì ai manifestanti in piazza Tahrir al Cairo per protestare contro il presidente Mubarak, che si dimetterà nello stesso anno.

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