Djaïli Amadou Amal è nata nel 1975 a Maroua, nel Camerun, è di madre egiziana e padre fulani, etnia nomade dell’Africa occidentale, dedita alla pastorizia e al commercio.

Data in sposa a 17 anni a un cinquantenne di buona famiglia, riesce a liberarsi nel 1998 dopo 5 anni di convivenza.

Si sposa una seconda volta, ma si separa anche da questo marito, che giudica violento. Lui, per ripicca, le sottrae le sue due figlie.

Decide così di stabilirsi a Yaoundé, capitale del Camerun, dove vende i suoi gioielli, compra un computer, un tavolo, una sedia e inizia a scrivere. Viene riconosciuta come la prima donna scrittrice del settentrione camerunese. Il suo primo romanzo Walaande, l’arte di condividere un marito, del 2010, le ha dato fama immediata. Racconta la storia di quattro donne che vivono nello stesso tetto e che aspettano solo il loro turno col marito. “Quando entri in una famiglia poligama, devi essere cieca, sorda e muta”. Il premio della giuria della Prince de Claus Foundation di Amsterdam consente di tradurre l’opera in arabo e distribuirla nei paesi del Maghreb e del Medio Oriente.

Amal denuncia gli oneri sociali e la discriminazione contro le donne che derivano da tradizioni obsolete e dalle religioni maschiliste.

Nel 2012, il giorno dopo il suo ritorno dagli Stati Uniti dove aveva preso parte a un programma del governo americano, l’International Visitor Leadership Program, incentrato sulle donne leader negli Stati Uniti, ha creato l’associazione Donne del Sahel, per l’istruzione delle donne, sostenuta dall’Ambasciata degli Stati Uniti in Camerun.

Il suo secondo romanzo, Mistiriijo, il mangiatore di anime, pubblicato nel 2013, conferma il talento della scrittrice. Il bimestrale camerunese, “L’Oeil du Sahel”, l’ha ritiene nel 2014 tra le cinque donne più influenti del Nord Camerun. Il quotidiano “Le Jour” la esalta come scrittrice.

Nel 2016 un decreto del Ministro delle Arti e della Cultura la inserisce nel Comitato Organizzatore del Festival Nazionale delle Arti e della Cultura, tenutosi a Yaoundé nello stesso anno. Da parte del Capo di Stato camerunese, Paul Biya, riceve l’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine al Valore. Viene eletta nel consiglio di amministrazione della Società Civile per il Diritto d’Autore della Letteratura e delle Arti Drammatiche.

Il suo terzo romanzo, Munyal, le lacrime della pazienza, esce nel 2017, collocandola definitivamente tra i migliori scrittori africani. Con questo libro ha vinto nel 2018 la selezione dell’Alleanza internazionale degli editori indipendenti: è la prima volta per un autore africano.

Riceve vari premi letterari molto prestigiosi, nonché ampi riconoscimenti nel suo Paese, al punto che i suoi libri cominciano a essere inseriti nei curricoli scolastici.

La casa editrice francese Emmanuelle Collas vuole rielaborare il testo di Munyal in modo che possa essere letto ovunque nel mondo (viene persino tradotto in arabo perché sia distribuito nei Paesi dell’Africa francofona). Alla fine del 2020 è ristampato col titolo Le impazienti (Solferino edizioni). L’edizione francese si aggiudica il Goncourt des Lycéens nel 2020. Ora lei è famosa in tutto il mondo. È premiata anche nel Regno Unito, in Tunisia, in Serbia, in Algeria, in Cekia, in Grecia… Sarà nominata Ambasciatrice dell’Unicef il 9 marzo 2021.

Ma di cosa parla Le impazienti? Il romanzo si basa sulla constatazione che il matrimonio, per le donne islamiche, rappresentata un affare economico e un simbolo di status, stabilito dalla famiglia d’origine, così come da quella del marito, che sale di valore nel caso del matrimonio poligamico.

La parola chiave del racconto è appunto “pazienza”, peculiare solo per le donne, come attitudine indispensabile per sopravvivere ai precetti imposti alle mogli.

Eccone i più salienti: “Rispettate il dovere delle cinque preghiere quotidiane. Leggete il Corano affinché i vostri discendenti siano benedetti. Siate sottomesse a vostro marito. Mantenete le vostre menti al riparo dalle distrazioni. Siate le sue schiave, lui sarà il vostro prigioniero. Siate la sua terra, lui sarà il vostro cielo. Siate il suo campo, lui sarà la vostra pioggia. Siate il suo giaciglio, lui sarà la vostra capanna. Non supplicate, non reclamate nulla. Siate modeste. Siate riconoscenti. Siate pazienti”.

Il libro appare come una raggelante ripetizione di alcuni precedenti testi, quali Il racconto dell’ancella di Margaret Atwood, Ogni volta che ti picchio dell’indiana Meena Kandasamy, anch’esso testimonianza autobiografica dall’interno del fondamentalismo induista.

Ne Le impazienti, in particolare, c’è la penosa descrizione dell’inevitabile rivalità tra le donne della famiglia. Le dispute tra co-spose non si esauriscono mai, e anche una tregua è impossibile, poiché ogni moglie aspetta con impazienza il minimo passo falso per mettere in difficoltà le sue rivali. Amal ha dovuto imparare a proteggersi dalle co-spose, le nemiche più esplicite, ma anche dalle cognate subdole, dalle mogli invidiose dei cognati, dai figli del marito, da sua madre, dalla sua famiglia.

L’autrice, che si fa ritrarre con copricapi molto colorati lontani dal triste e punitivo velo dell’islam conservatore, ha voluto specificare che la sua “è una storia di finzione, ispirata a fatti reali”. Un mosaico di ritratti di donne che provano a ribellarsi e non sempre sfuggono alla follia e all’annientamento della loro personalità, inflitto dal sistema poligamico islamico.

Oggi Amal risiede nel suo Paese, a Douala, col marito Hamadou Baba, ingegnere e scrittore.

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