Sin dall’ottobre 2019 tutti i giornalisti cinesi che desiderano rinnovare la propria tessera stampa sono obbligati a scaricare “Study Xi, Strengthen the Country” (“Studia Xi, rafforza il Paese”). Si tratta di un’app progettata dal gigante dell’e-commerce Alibaba per il Partito comunista, con la capacità di modificare file, scaricare altre app, effettuare telefonate e accendere il microfono del dispositivo, in pratica con una backdoor che controlla, modifica e spia tutti i dati personali. Lo dice una società di sicurezza informatica tedesca, Cure 53.

Già adesso il governo è in grado di bloccare tutti i blog, media e giornali online considerati indesiderabili (attraverso il tentacolare social network WeChat). Sui social cinesi esistono veri e propri eserciti di troll che screditano immediatamente qualunque informazione si discosti dalla narrativa imposta dal regime.

Un’inchiesta congiunta di New York Times e ProPublica cita oltre 3.000 direttive e quasi 2.000 memorandum pubblicati in soli quattro mesi dall’amministrazione cinese nel cyberspazio per influenzare l’opinione pubblica. Per i giornalisti cinesi esistono vere e proprie zone off limits da non oltrepassare, pena il carcere: Tibet, Taiwan, Hong Kong, Xinjiang, corruzione.

Oltre agli arresti in carcere esistono anche gli arresti domiciliari “in un luogo designato”, che in realtà si traduce nell’isolamento totale con soppressione di tutti i diritti e dove blogger e giornalisti vengono spesso sottoposti a torture fisiche e psichiche. Ed è in nome della legge che molti giornalisti vengono privati della loro libertà. Infatti la cosiddetta “guerra legale”, attuata per controllare le proteste di Hong Kong, è utilizzata come base per sopprimere le inchieste giornalistiche che prendono di mira il partito. Sono leggi che colpiscono nel mucchio e che fanno riferimento a crimini di ogni tipo, come spionaggio, sovversione, provocazione di disordini ecc. Delitti che per le autorità cinesi possono essere punibili anche con la morte o l’ergastolo o l’espulsione dal Paese.

L’importante giornale d’opposizione filo-democratico “Apple Daily” è stato chiuso (con la forza) e diversi dei suoi redattori sono stati arrestati (tra cui la giornalista Sofia Huang Xueqin, famosa per il suo coinvolgimento nel movimento locale #MeToo in Cina). Anche il suo fondatore, Jimmy Lai, è in prigione da oltre un anno. Altri giornalisti si sono volutamente dimessi.

Hong Kong è scesa dal 18° posto nella classifica dei Paesi con maggiore libertà di stampa (nei primi anni 2000) all’80° posto di oggi. La Cina quest’anno è scesa al 177° posto su 180 Paesi nell’indice RSF World Press Freedom Index: solo due posizioni davanti alla Corea del Nord.

Fonte: micromega.net

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