A Lima, capitale del Perù, 1,7 milioni di persone non hanno accesso all’acqua potabile. Sono costrette a comprarla dai camion cisterna, che arrivano due volte alla settimana. Ogni famiglia riempie delle taniche da circa 300 litri. Per lavarsi hanno un secchio d’acqua a testa.

In inverno i sentieri che portano sulle montagne, dove si concentrano le baraccopoli, diventano inagibili per via del fango, e possono passare settimane senza che i camion cisterna riescano a raggiungere quelle zone. Bisogna scendere a valle coi bidoni da riempire.

La penuria d’acqua è diventata una delle cause principali dell’emigrazione. E quella che scende dai rubinetti spesso è torbida, ha un cattivo odore e ha particelle in sospensione.

La scarsità d’acqua in America Latina non è un problema solo delle baraccopoli o delle zone rurali più aride. Riguarda anche centri urbani e regioni che 20 anni fa nessuno avrebbe immaginato potessero soffrire per questo motivo.

Inoltre non dipende solo dalla siccità, ma anche da una cattiva gestione della risorsa, dall’assenza di manutenzione delle infrastrutture, dall’inquinamento e dal fatto che l’acqua è in mano ai privati.

In Cile, durante la dittatura militare, i privati ottennero diritti sull’acqua gratuitamente e in perpetuo. Questi diritti, anche durante i periodi di penuria idrica, vengono ceduti a cifre folli. Le industrie estrattive e le aziende agricole sono tra i principali acquirenti.

In alcune località vi sono grandi piantagioni di avocado per l’export, le cui aziende, avendo diritto a usare per prime tutta l’acqua che vogliono, lasciano a secco interi villaggi. Attualmente il 70% dei cileni vive in territori dove manca l’acqua.

E i cambiamenti climatici di sicuro non aiutano. In Argentina gli esperti dicono che quello che sta succedendo oggi non ha precedenti negli ultimi 620 anni.

Le megalopoli latinoamericane sono tra le più assetate. L’ONU ha inserito Città del Messico e San Paolo tra le dieci principali città al mondo con problemi di rifornimento idrico. Nel caso di Città del Messico un abitante su cinque dei suoi 21 milioni riceve acqua dal rubinetto solo alcune ore al giorno. Le perdite dovute a problemi del sistema idrico si aggirano intorno al 40%. La capitale messicana potrebbe restare senz’acqua entro il 2030.

Il criterio di gestione dell’acqua è assurdo: la si fa arrivare da centinaia di chilometri di distanza, privilegiando i gruppi con maggiore potere d’acquisto, a discapito delle comunità dove l’acqua è estratta. C’è poi chi, come le industrie estrattive, ha accesso a grandi volumi d’acqua pagandola cifre ridicole.

Non c’è praticamente nessun Paese latinoamericano che non viva una crisi per l’acqua, anche se sono attraversati da centinaia di fiumi.

Negli ultimi 25 anni del Salvador i fiumi più importanti han perso il 30% della loro portata nei casi migliori, il 70% in quelli peggiori. Le risorse idriche più importanti diminuiscono al ritmo di un metro all’anno, e l’80% dell’acqua è inquinata.

Vergognoso è lo sfruttamento eccessivo da parte delle industrie: p.es. l’azienda SabMiller (che in Italia ha comprato la Peroni) usa l’acqua del Comune di Nejapa (30.000 ab.) nel Salvador per produrre 100.000 casse di Coca-Cola al giorno. Lo fa dal 1999. Si è trasferita qui dopo l’esaurimento della falda acquifera di Soyapango. D’altra parte lo sanno tutti che per produrre un litro di Coca-Cola sono necessari almeno due litri d’acqua. E così il 40% della popolazione del Comune non ha acqua potabile.

Tratto da Internazionale.it

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