Fine delle monete occidentali

La Gazprom ha firmato un ulteriore accordo al suo contratto esistente con China National Petroleum Corp. Il pagamento sarà effettuato per il 50% in rubli e per il 50% in yuan, con effetto immediato.

Il dominio della finanza rothschildiana era fondato sulla supremazia di dollaro ed euro ed ora queste monete stanno perdendo tutta la loro influenza.

Il futuro degli scambi commerciali internazionali è fondato sulle valute nazionali, il cui uso metterà fine al potere sconfinato della finanza euroamericana sugli Stati nazionali.

Ci si meraviglia che l’occidente sul conflitto ucraino non abbia saputo proporre alla Russia alcun vero negoziato di pace. Per forza, si era convinti di vincere con le sole sanzioni finanziarie. E ora che ci si è accorti che non solo non funzionano, ma stanno anche avendo devastanti effetti retroattivi sulle monete e persino sull’intera economia occidentale, non ci si capacita. E siccome non si vuole ammettere di aver fatto delle previsioni completamente sbagliate sulla capacità di resistenza dei russi, ci si ostina a finanziare e armare una guerra che sarà inevitabilmente perduta. E non solo sarà perduta, ma l’intero assetto geopolitico mondiale, fondato sul globalismo occidentale, verrà completamente sconvolto.

Fonte: bloomberg.com

Il flop della tassa sugli extraprofitti

Contro il carobollette energetiche il nostro governo ha deciso un intervento d’urgenza: la tassa sugli extra-profitti, cioè l’art. 37 del DL n. 21/2022. Questo perché le società energetiche hanno realizzato grazie a petrolio e gas utili enormi (solo per l’ENI si parla di 20 miliardi di euro tra 2021 e 2022). Questo non solo per l’aumento della domanda rispetto all’offerta, come conseguenza del conflitto russo-ucraino, che ha fatto salire alle stelle il prezzo del gas, ma anche per il fatto che le compagnie energetiche stanno vendendo a prezzi salatissimi materie prime acquistate ben prima del suddetto conflitto. Si tratta di uno di quei casi da manuale in cui il mercato lasciato a se stesso è tutt’altro che virtuoso.

Peccato che quasi tutte le aziende petrolifere non stiano effettuando i pagamenti, sicché, rispetto ai 10,5 miliardi previsti, ne sono arrivati 1/10 circa. La motivazione cui si appigliano è che la tassa sarebbe anticostituzionale. Le uniche due a non aver presentato ricorso sono ENI ed ENEL, che però sono prevalentemente statali.

Il vero problema è che il mercato elettrico dipendente da petrolio o gas è disegnato per determinare il prezzo di scambio dell’energia da consegnare nel breve termine: un giorno, un mese, un trimestre, massimo due anni dopo. Non è disegnato per determinare il prezzo di forniture a lungo termine, come invece quello degli impianti da fonti rinnovabili, che preferirebbero basarsi su contratti da 10 a 30 anni, generalmente a prezzo fisso.

Le rinnovabili non contano niente

Alle aste nazionali sulla compravendita dell’energia all’ingrosso si confrontano produttori di elettricità molto diversi. Da un lato quelli di energia rinnovabile (idroelettrico, eolico, fotovoltaico) che devono remunerare il costo di realizzazione degli impianti ma usano una materia prima gratuita come acqua, sole e vento, e quindi funzionano a prescindere dalle condizioni di mercato. Dall’altra gli impianti termoelettrici, cioè a carbone e gas, che invece propongono prezzi sulla base del costo della materia prima.

Succede che i produttori di rinnovabili propongono quasi sempre prezzi a zero e tutta la competizione dell’asta è tra i produttori di energia termoelettrica. Il prezzo finale è in sostanza il prodotto di un’asta a cui partecipano davvero soltanto i produttori di energia da gas e carbone.

Non è colpa del Gestore dei Mercati Energetici, che dal 2004 si occupa di gestire la Borsa elettrica nazionale, ma sono le regole europee a imporre questo sistema marginale di definizione del prezzo.

La corsa delle quotazioni del metano (decisa alla borsa di Amsterdam) ha quindi portato al balzo del prezzo per MWh, sul quale la disponibilità di energia rinnovabile non ha nessun effetto “argine”.

Anche lei se n’è accorta

In un post apparso su vari canali Telegram dedicato a Maria Zakharova, viene detto (ma non l’ho verificato) che Emma Marcegaglia, ex presidente di Confindustria, avrebbe affermato le seguenti parole: “la situazione è tale che gli imprenditori americani pagano oggi l’elettricità sette volte meno di quanto facciano gli italiani. E questo nonostante il fatto che i promotori delle sanzioni siano seduti dall’altra parte dell’oceano. Di fatto le sanzioni sono diventate uno strumento di concorrenza sleale per i produttori italiani. Le imprese in Italia vengono distrutte dai ‘fratelli’ d’oltreoceano, perché ognuno dovrà sopravvivere alla crisi globale da solo”. Non sembrano parole della Marcegaglia, ma proprio della Zakharova, che le è infinitamente superiore.

Resta comunque un fatto incontrovertibile che gli imprenditori europei, inclusi i gestori della finanza e i teorici dell’economia politica, non sono stati minimamente in grado di prevedere il disastro assoluto del sistema produttivo europeo che si profila all’orizzonte a causa delle sanzioni.

Capisco essere stati colti di sorpresa dalla gravissima crisi dei subprime americani del 2008, che ha avuto effetti devastanti su tutti i Paesi occidentali. Capisco l’improvvisa crisi economica mondiale causata per due anni consecutivi dalla pandemia. Ma non prevedere che lo scollamento dell’intero occidente dai rapporti commerciali con la Federazione Russa avrebbe avuto conseguenze catastrofiche anzitutto e soprattutto sui nostri standard abituali di benessere, fa pensare a una forma di miopia particolarmente grave, che ci porta a confondere completamente la realtà coi nostri desideri. L’occidente viveva in una fantastica bolla di sapone, che si era costruito a proprio uso e consumo. Ora questa bolla è esplosa come nel film Truman Show.

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