Forse a qualcuno non è ancora ben chiaro che l’apparato bellico americano è di tipo industriale-militare, cioè non è semplicemente una spesa (per la difesa nazionale e per il controllo del dissenso), ma fa anche parte del PIL (per l’export delle armi e l’egemonia unipolare mondiale). È nell’interesse degli USA che nel mondo vi siano tensioni e conflitti senza soluzione di continuità.

Già da tempo si sa che l’industria bellica non rappresenta solamente una crescita del carattere aggressivo-repressivo del capitalismo in generale, ma anche una necessità per il funzionamento del capitalismo in sé. Per es. l’invasione dell’Iraq da parte degli USA aveva l’obiettivo di controllare il petrolio del Medio Oriente.

Sin dalla fine della II guerra mondiale era emerso quello che viene comunemente definito coi termini di “keynesismo militare” o “economia di guerra” o “economia del Pentagono”. Cioè l’apparato industriale-militare non aveva più negli USA un carattere congiunturale, imposto da crisi politico-militari momentanee, ma si era convertito in un fenomeno strutturale del meccanismo generale di funzionamento della riproduzione capitalista, anche grazie al clima della guerra fredda. Era lo stesso Stato che finanziava i monopoli militari. E da allora non è cambiato niente. Tutta la loro economia civile (soprattutto l’industria elettronica e quella petrolifera) è pesantemente condizionata dalla crescente militarizzazione.

La tendenza all’aumento della spesa militare si è acutizzata a partire dall’Amministrazione Reagan (1981-88) e da allora non ha mai smesso di crescere. Oggi è alle stelle. L’astronomico incremento del deficit di bilancio (circa 29.000 miliardi di dollari) può portare il Paese al fallimento.

A partire dal 2001, dopo gli attentati alle Torri Gemelle, la motivazione che spiegava la crescente militarizzazione dell’economia è sempre stata la stessa: “strategia di lotta contro il terrorismo” e “guerra preventiva”, da cui scaturirono le invasioni congiunte dell’Afghanistan e dell’Iraq.

La necessità di crearsi forti nemici nello scenario internazionale è una costante irrinunciabile. Oggi gli USA se ne sono dati tre: Russia, Cina e, per quanto possa sembrare strano, la stessa Unione Europea. La prima sul piano militare ed energetico, le altre due su quello economico e finanziario. Il bello è che la UE deve dividere con gli USA i costi di sicurezza del sistema neoliberista mondiale.

Tre nemici in contemporanea sono tanti, ma i governi americani hanno assolutamente bisogno di destabilizzare il mondo intero, avendo a che fare in politica interna con antagonismi sociali spropositati, ai limiti della guerra civile, e col rischio di una frantumazione dell’unità nazionale a causa delle tendenze separatiste di vari Stati federali.

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