Se uno afferma che le esigenze della legittima difesa giustificano l’esistenza delle forze armate, che devono essere al servizio della pace, sta dicendo una cosa sensata o no?
È sensata solo in astratto, poiché è giusto affermare che quando la violenza si manifesta come legittima difesa, non può essere incriminata. Cioè può essere sottoposta a giudizio solo per verificare se quella violenza sia stata, oltre ogni ragionevole dubbio, l’unico mezzo per sopravvivere, e se sia stata esercitata in maniera proporzionale al pericolo imminente o al danno ricevuto. Nel senso che non si può abusare del proprio potere o della propria forza per infierire sull’avversario o sul nemico.
Questo per quanto riguarda il piano etico o giuridico, ma sul piano sociale, culturale, politico affermazioni del genere servono a poco.
Nei rapporti tra gli Stati infatti dovrebbe vigere il principio secondo cui, quanto più ci si rispetta, tanto meno si dovrebbe fare ricorso alle armi per difendersi. Se c’è fiducia reciproca, collaborazione, cooperazione, non si ha bisogno di pensare anzitutto a una legittima difesa armata. Le armi andrebbero tollerate per sfamarsi, vestirsi ecc., non per offendere o per attaccare qualcuno.
In cucina ci sono molte armi con cui un coniuge può ammazzare il proprio partner, ma se dovesse farlo solo perché è possibile un loro doppio uso, cesserebbero le relazioni sentimentali, le unioni matrimoniali, le esigenze riproduttive.
È quindi evidente che quando si sta insieme, non si pensa neanche lontanamente a quel che di tragico ci può capitare. Perché dunque tra gli Stati non dovrebbe essere la stessa cosa? Per quale motivo si continuano a costruire armi il cui uso è univoco, è unilaterale? Un missile o un carro armato potrebbe forse essere usato per uno scopo pacifico o civile? Perché costruiamo armi per fare quanto più male possibile a chi consideriamo diverso da noi? Cosa c’è che non funziona nelle relazioni diplomatiche di buon vicinato?

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